Il giardino dei frangipani di Laila Wadia

Recensioni

Chiusa l’ultma pagina ho definitivamente capito che questo romanzo resterà nel mio cuore come una delle letture più belle di questo 2021. Ma lo si presagiva già dalle prime frasi, Kumati ti entra immediatamente nel cuore, vedi attraverso i suoi occhi un mondo lontano , i piccoli dolori di questa bambina, fragile e preziosa, sfrigolano anche sulla tua pelle.

L’abbandono, la solitudine, l’inevitabile “segno” che gli adulti e una società intera, ciechi o volutamente indolenti, lasciano cadere sugli occhi di una bambina. Reato più grande non possiamo commeterlo, abdicare dal ruolo più importante: proteggere e custodire la speranza racchiusa nel sorriso di un bambino. Immagino in questo momento a te che leggi sia venuto in mente un visino familiare, ti chiedi come sia possibile. Ecco questo è il punto, l’egoismo della nostra società conduce a tutelare solo nella nostra cerchia, a proteggere i cari, ma il mondo è vasto e devastato, fatto di milioni di bambini defraudati della speranza.

I bambini sperano e hanno fiducia. Sperano e hanno fiducia, lo ripeto perchè questo concetto dovrebbe entrare profondamente nella coscienza di ciascuno di noi. Ad ogni latitudine, arrampicati su ciascun meridiano, osservano con gioia il mondo che li circonda, guardano ai genitori, agli zii, ai parenti, ai tutori, ai maestri e agli adulti in generale, simili da cui attendono di comprendere come funziona questa cosa di stare al mondo.

Il giardino dei frangipani è un orfanotrofio, qui conosciamo Kumari, lei, abbandonata da piccolissima, da una madre che spera sempre possa tornare, lei si aspetta di avere un posto nel mondo, ma quel posto latita, gli adulti non la proteggono, vive esperienze pregne di quel senso di abbandono che soltanto chi non ha nessuno al mondo può comprendere. La sua famiglia sono gli altri bambini con cui condivide questa esistenza monca. Un loro micro equilibrio cercano di crearlo, sono gli adulti a destabilizzarli, illudendoli a tratti e rendendoli ancora più vulnerabili. Kumari reagisce con la determinazione, la dedizione al lavoro e grazie anche ad un pizzico di fortuna riesce a ricostruirsi un barlume di vita, in realtà si tratta di un surrogato di vita, ma le consente di eliminare i bisogni materiali. L’Amore poi, la conquista della stima di se, della convinzione di valere tanto quanto il rispetto dovuto da chi ci accompagna, arriveranno molto lentamente.

Un viaggio in India la trasporterà nuovamente alla sua infanzia travagliata, incrocerà qualcuno dei bambini con cui aveva condiviso il suo destino, alcuni saranno solo fantasmi di quello che lei ricordava come ormai anche il giardino dei frangipani, non è più un orfanotrofio ha perso l’aura magica dei fiori coltivati con amore dai bambini, restano tracce flebili, per lo più calpestate. Lei vive un amore, uno di quelli irrazionali, un amore che la porta indietro all’infanzia, a riprendere qualcosa di perduto, a viverlo per poi liberarsene. La consapevolezza di se e del reale valore delle cose e delle persone, la comprensione esatta del luogo in cui posizionare se stessa e gli altri sarà una dolorosa e lenta presa di coscienza.

A distanza di tempo, la sensazione di aver letto una storia unica ed universale permane. A sentire le polemiche di questi giorni mi domando davvero se nella nostra società ci sia percezione di quello che significa aver perso la libertà, forse non averla mai vissuta davvero e forse non poterla nemmeo assaporare appieno una volta raggiunta. Non esiste medicina per quello che viene deturpato nell’infanzia. Le cicatrici fremono, ci rendono vivi ed allo stesso tempo capaci solo a metà di comprendere noi stessi e gli altri.

Questo tema della frammentazione della personalità, la definirei così, mi interessa molto. Siamo inevitabilmente il sedimentto delle esperienze vissute durante importanti fasi dell’infanzia. Fragilissimi cristalli, da maneggiare con cura, ma la lezione la portiamo a casa sempre troppo tardi.

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