Nel ventre paterno di Chiara Gamberale

Recensioni

Questo è il secondo romanzo che leggo di Chiara Gamberale. Fino a quest’anno non avevo sentito il richiamo della sua scrittura. Mi sono avvicinata alla sua produzione con “Per dieci minuti” che si è rivelato un testo completamente diverso da quello che avevo immaginato, idem mi è capitato con questo che è l’ultimo romanzo pubblicato con Feltrinelli ed uscito pochi giorni fa. Ho voluto leggerlo prima di imbattermi una qualsiasi recensione. Per avere una mia impressione, netta, libera da pregiudizi o da eccessivi incensi prodotti dagli estimatori di quest’autrice.

Credo Chiara Gamberale si annoveri tra quegli scrittori che piacciono ai propri fan, chi la legge e ci si ritrova la ama e credo la legga sempre. Chi non condivide questa scrittura in prima persona, vagamente ombelicale, probabilmente la legge una volta e poi smette. Parlo per grandi categorie, ma poi io non so dove posizionarmi esattamente in questo caso.

Vorrei essere chiara, la scrittura è fatta per trasferire emozioni. La storia, tutta nel grembo paterno trasuda questa fame, questo bisogno di cibo-amore-comunicazione, traumi superati dalla protagonista e forse conflitti che non possono mai essere messi a sopire completamente. Credo la seconda opzione sia molto più realistica, il comportamento umano, quando distorto, asservito al bisogno piuttosto che alla necessità fisica, si trasforma in una spirale nociva, difficilmente estirpabile.

La trama scelta dall’autrice è data dall’intreccio del presente e del passato della vita della protagonista, Adele. Bambina, giovane ragazza, donna, madre. I genitori, la scuola, le vacanze, gli amici, i fidanzati, tutti quegli ingredienti che traghettano dall’infanzia all’età adulta, comprese le delusioni. Il romanzo è un intersecarsi di storia e pensieri, ricordi e rimandi del presente che crea parallelismi col passato. I comportamenti degli adulti interferiscono con la percezione di se e della realtà in Adele. Sempre questo nodo mi lascia un certo amaro in bocca. Ultimamente le letture mi conducono spesso a questo nocciolo, un piccolissimo punto sul quale preme un’energia pressante, complicata da gestire e da sbrogliare. Adele osserva, come fanno i bambini, l’ascesa economica del padre, le nevrosi della madre, i tradimenti e la vita che scorre con i traumi e le piccole croci che appartengono alla storia di ogni famiglia. La responsabilità dello squilibrio familiare forse è al centro del disagio di Adele, forse semplicemente reagiamo ognuno a modo suo rispetto le difficoltà che naturalmente siamo portati ad affrontare, c’è chi trasporta dentro di se le inquietudini che lo circondano e chi riesce a liberarsene in tempo. Non lo so cosa scatti per scegliere l’una o l’altra opzione. Nel romanzo della Gamberale lo scenario è questo ed è descritto molto bene, fatto vivere al lettore con le scene mostrate ed i pensieri lucidi della protagonista che è sicuramente capace di autoanalisi, originale e anche consapevole, un personaggio credibile, pieno di difetti e di debolezze con questo cratteristico sguardo sulla realtà, disincantato ma ancora affamato di amore.

In ogni caso la storia fa pensare e sperare ci sia una via d’uscita, una strategia possibile per ciascuno di noi. Il bandolo della matassa può essere intercettato, forse senza dover per forza scandagliare troppo il passato, questo è il mio modesto parere, secondo me possiamo risolvere alcune questioni in sospeso semplicemente decidendo chi vogliamo essere e con chi vogliamo proseguire, con quali parole comunicare e quali parole conservare dentro di noi, scegliendo con attenzione quelle da cancellare definitivamente. Quella “vocina interiore”, quella che fa parte dello stratificarsi del tempo, l’inconscio che non è altro che stimolo esterno inconsapevolmente interiorizzato, quella voce dobbiamo ascoltarla e capire cosa ci fa, come lo fa e se ci sta bene. Un lavoro spietato, che spetta a ciascuno di noi, prima o poi, se vogliamo chiudere il cerchio delle nostre inquietudini e vivere la nostra vita con soddisfazione ed autenticità.

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