SAVE THE DATE!!!! #SCATTOESCRIVO torna il 10.04.21

Recensioni, scattoescrivo, Scrittura

Carissim* Finalmente sabato 10.04.21 torna questo piccolo contest di scrittura!


Se ancora non lo sapete si tratta di un appuntamento bimensile con esercizi di scrittura creativa con i quali giocare con le parole e condividere un’esperienza collettiva divertente.
Mi piace tantissimo avere la possibilità di leggervi e anche di provare io stessa a trovare l’ispirazione cimentandomi in queste mini sessioni di scrittura!
La volta scorsa abbiamo affrontato i sogni dell’infanzia scrivendo una lettera al nostro Io bambino. Devo dire che molti hanno partecipato con grande entusiasmo, condividendo spesso frammenti personali della loro vita, davvero mi sono sentita in alcuni casi trasportata nella loro intimità, vi ringrazio di cuore per questa generosità nel mettervi in gioco, senza remore, perché una community di persone animate dall’amore per i libri e la scrittura, altro non può essere che un porto sicuro in cui esprimersi, senza timori di alcun genere. Lasciamo il flusso delle nostre creatività fondersi e condividiamo, per conoscerci di più.

Infatti chi riceve più like avrà alla fine la possibilità di presentare il proprio lavoro e le proprie aspirazioni alla community, creando una catena di condivisioni e di interesse che sono alla base della vita nei social, a mio modesto avviso. Sto incontrando e leggendo di tante persone interessanti. La volta scorsa mi è quasi dispiaciuto avere un solo posto da destinare, perché avrei voluto saperne di più di molti di voi… spero lentamente di averne l’opportunità!

Ecco cosa faremo il 10.04.21 3 step sempicissimi:

Siamo quindi arrivati al nuovo appuntamento e questa volta ho pensato ad un gioco interattivo sulla base della foto che troverete nel post di sabato 10.04.21:

  1. scegliere e indicarci un libro dalla vostra libreria
  2. sfogliarlo e scegliere 5 parole a caso da inserire nel vostro pensiero collocandolo nella foto che pubblicherò sabato per il contest

    Vi sembra difficile? Non credo, dimenticatevi di voi stessi, delle vostre idee, di tutto ciò che vi circonda ed immergetevi in una dimensione nuova, inaspettata, dove può accadere di tutto.
    Chiudete gli occhi e lasciate le idee arrivare depositarsi ed intrecciarsi nella vostra fantasia.
    Non vedo l’ora di leggervi. Potrete postare i vostri commenti sotto il post di instagram @amatoluciana_ e farvi votare da quanti volete, segnalate l’iniziativa, condividetela nelle storie e ci divertiremo, più siamo e meglio andremo!

    PREMIAZIONI:
  3. I 3 testi più votati andranno a spareggio: lunedì sera metterò nelle storie un box per la votazione e poi chi riceve più voti verrà premiato con un’intervista personalizzata e pubblicata sul blog, gli altri due profili riceveranno delle storie ad hoc che sicuramente valorizzeranno il loro profilo!

Cosa ne pensate? Fatemi sapere nei commenti se parteciperete! Io sono entusiasta e non vedo l’ora di leggervi!

Lucy

Tsugumi di Banana Yoshimoto

Recensioni

Tsugumi è un libro che ho letto molti anni fa. Ricordo di averlo comprato sbadatamente, non avevo ancora acquistato nulla di questa autrice che poi, tra i venti ed i venticinque anni ho letto sempre con tanto piacere. L’atmosfera del libro mi era molto congeniale in quel periodo, tratta di adolescenti e di amicizie, i sentimenti che li legano durante lo svolgimento della storia avevano qualche parallelismo con la mia vita di allora.

Il messaggio sottostante lo ricordo bene, mi aveva lasciato in parte ferita. In quella fascia d’età in cui stai uscendo dall’adolescenza e ti affacci alla vita da adulto, al mondo reale con tutte le sue complicazioni. Molte delusioni hanno già mitigato la tua visione del mondo e delle relazioni, non sogni più ad occhi aperti, tuttavia, resta quella vocina dentro di te, insiste, ottimista dicendo che comunque vada sicuramente la spunterai. Ora che ho superato i quaranta comprendo bene, che quella voce non ci abbandona mai.
Usciti dalle età in cui è concesso demandare ad altri le nostre responsabilità ed in cui possiamo decidere di essere altro da noi ogni secondo giorno, l’unica cosa a cui ci possiamo aggrappare è questa voce colma di speranza, è un Io interiore e bambino, un io impertinente che malgrado la razionalità ci spinge ancora a sognare un pochino, ad essere noi stessi anche se solo a stralci, rubando alle responsabilità di ogni giorno una piccola bolla di ossigeno, l’unica che ci consente di trattenere il fiato fino a domani.

Questo è il quarto romanzo della Yoshimoto, uscito nel 1989 in edizione completa e prima a puntate sulla versione giapponese del giornale “Marie Claire”, si tratta di uno dei titoli di maggiore successo dell’autrice con all’attivo più di due milioni di copie vendute. Non male. Segreti, spiriti, messaggi nascosti. Questo romanzo si materializza come una cartolina e sembra cristallizzare una località di mare dimenticata e monotona, uno di quei luoghi in cui siamo stati trascinati al seguito dei nostri genitori. Azioni vuote, ripetute nella noia e compiute con la speranza di vivere, domani, una vita più interessante, inconsapevoli della struggente nostalgia che proveremo da adulti per quell’ozio familiare, ormai un ricordo color seppia.

Provo molta nostalgia sfogliando le pagine ingiallite di questa edizione del 1999. Una vita fa.

Una passeggiata d’inverno di Henry Thoreau

Recensioni

Durante la notte il vento gelido artiglia la natura. Il bosco viene vestito da piccoli cristalli di neve, la vediamo posata sui davanzali e sugli alberi intorno.  Il sole ancora non fa mostra di se ma abbandoniamo il tepore casalingo e ci avviamo nell’aria gelida a scoprire la metamorfosi del bosco. La neve è ancora intatta, segnata solo da rade impronte di volpi,  scricchiola sotto i nostri passi, in lontananza si ascoltano versi di animali, rumori indecifrati, il suono ritmico delle accette sui tronchi. Nella foschia mattutina balugina la luce del carro di un contadino mattiniero. L’umidità si dipana in una nebbia rasoterra e si ritrae svogliatamente al sorgere del sole. Camminare nel freddo dell’inverno fa pensare con nostalgia all’estate, ma è dentro al nostro cuore che alberga il calore giusto per ogni stagione. Lasciamo alle nostre spalle la boscaglia, un sentiero ci riconduce in uno spazio aperto, un camino ci preannuncia compagnia affine, umana. Ma presto la passeggiata nel bosco ci richiama, seguendo lo scorrere del fiume, entriamo in confidenza con la vita che percorre l’acqua nei diversi momenti dell’anno. Il corso del fiume modifica il paesaggio tra il ghiaccio sul quale camminiamo ora ed il vapore che esala con il primo sole di aprile,  cerchiamo i pesci e gli altri animali, li ricordiamo in frenetica ricerca di cibo in estate, curiosi e spontanei. Nelle giornate di neve tutto tace, scompare ogni traccia, il vento suggerisce di tornare sui nostri passi, a raccoglierci in una rinnovata spiritualità. Al caldo della nostra dimora.

Thoreau in questo breve racconto, con la sua narrativa poetica ci conduce per mano durante una passeggiata invernale nel bosco, immediatamente ci uniamo a lui in un inno alla natura. Il paesaggio è sfigurato dalla potenza del gelo, gli animali che cicaleggiavano durante l’estate sono un ricordo, ora tutto si ritrae, con il nostro mentore seguiamo le acque del fiume a tratti sepolte dal ghiaccio e veniamo investiti dal vento che sferza noi, le pietre intorno ed i rami sopra le nostre teste. In fuga dalla città e dalle descrizioni scientifiche, dentro il bosco siamo natura nella natura, Thoreau ci insegna ad essere parte di essa, pur nella sua ostilità. Gli alberi sempreverdi spruzzati di neve portano in se l’estate, il cielo ci avvolge appiattedosi sulla terra, si crea un tutt’uno confuso con il nostro spirito, che il filosofo ci spinge a sondare profondamente. Siamo invitati dall’aspetto etereo ed imperturbabile del bosco algido in cui camminiamo, alla meditazione, al raccoglimento. L’aria fredda purifica l’ambiente e noi stessi, che dietro sprone del filosofo torniamo ad essere parte di un ciclo unico a cui apparteniamo da sempre. La connessione con la natura, nelle sue manifestazioni più selvagge e lontane dalla nostra comodità secondo Thoreau ci deve portare ad uno stato di purezza, e di apertura tali da ricongiungerci con una pace completa che ci rende consapevoli di noi stessi e del nostro posto nel mondo.

questo testo edito da @lanuovafrontiera tradotto splendidamente da @tommaso_pincio ed impreziosito dalle illustrazioni in bianco e nero di @rocco00073
La prima parte e’ 𝐔𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 e il titolo, appena visto, risuonava. Io cammino, tanto, quasi tutti i giorni.
La copertina illustra una montagna con un fiume o lago… un panorama che ultimamente occupa la mia immaginazione, ogni giorno, mentre scrivo la mia storia, quando cammino, bevo il caffe’, mangio, faccio la spesa. Era IL libro che mi chiamava.
Al posto giusto nel momento giusto.
Pensavo sarebbe stato un fuoco di paglia. Ma no!
La pesia nella narrativa mi ha afferrata, letteralmente. Cio’ che, in questa prima lettura, mi ha sorpreso e’ la capacita’ di Henry David Thoreau (1817-1862)di cesellare le frasi con le parole, limate una ad una, soggiogate e conosciute, trasmesse a chi legge.
Mi esalta leggere chi scrive con perizia ma non posso descrivere la gioia di scoprire chi sa farlo con sentimento.
Lo consiglio vivamente!

10 febbraio: giorno del ricordo

Conversazioni

Memoria. Abbiamo il dovere di conservarla. Siamo sentinelle vigili. Dobbiamo custodire la fiamma del ricordo, perché un’ingiustizia come quella perpetrata nelle foibe non accada mai più, perché ve ne sia consapevolezza, sempre più diffusamente.
Oggi ho pensato di cercare qualche lettura da dedicare a questa ricorrenza, dolorosamente legata al nostro altipiano carsico, affacciato su Trieste, la mia città. Ho avuto modo di riflettere a lungo sulla questione della memoria e del ruolo di ogni singola persona chiamata a proteggerla.
Siamo custodi di un passato mai troppo lontano. Per onorare questa ricorrenza ho tirato fuori dalla mia libreria alcuni testi ed un vecchio numero della rivista millenovecento, mi sono riletta alcuni stralci, per rinverdire la memoria, appunto. Lo faccio ogni anno e lo considero un dovere di ogni cittadino.

Tra le mie attività preferite annovero le lunghe camminate, possibilmente immersa nella natura. Spesso vado proprio a Basovizza, qui il bosco riesce ad infondermi un senso di pace e di equilibrio come pochi luoghi. A breve distanza dal centro città, un dedalo di sentieri ti conducono rapidamente in una realtà silenziosa e intatta, il verde dell’erba, la corteccia, il verso delle ghiandaie e piccoli scricchiolii provenienti da chissà dove… tra un prato e l’altro e superando ruscelli una tappa immancabile è certamente la sosta silenziosa davanti ai luoghi in cui tante persone sono state assassinate brutalmente. Il 29 e 30 aprile 1945 la località di Basovizza si trovò al centro di violenti scontri tra le formazioni jugoslave della IV Armata che puntava sulla città e le unità tedesche che la stavano abbandonando, vi fu l’esecuzione sommaria di soldati tedeschi e di altre persone, davanti ad un drappello della comunità, i corpi vennero messi in questo vecchio pozzo minerario scavato all’inizio del XX secolo e ormai in stato di abbandono. Il 5 giugno 1945 il Comitato di liberazione nazionale di Trieste, tornato in clandestinità durante l’occupazione jugoslava, raccolse notizie di uccisioni sommarie avvenute a Basovizza. Nel corso dell’estate, ritirate le truppe jugoslave da Trieste e costituito il governo alleato, il CLN chiese di recuperare le salme, ma le operazioni saranno frammentarie, rallentate e mai completate, tanto da non venire mai accertato l’esatto numero delle vittime, si parla a fine guerra di 250 persone, ma le stime potrebbero suggerire un numero dieci volte piu’ grande.

Infine la decisione di coprire questi siti e porvi una lapide, appena nel 1980, con l’intervento delle associazioni combattentistiche, patriottiche e dei profughi istriani-fiumani-dalmati, rese giustizia al luogo trasformandolo in Monumento di interesse nazionale.

Foibe, un brivido gelato che avvicina alla profonda ingiustizia vissuta da fratelli in quell’angolo perduto e silenzioso.
La foiba rappresenta idealmente una voragine nella coscienza umana, come se, in una fenditura nelle rocce di questa terra, sarebbe stato possibile nascondere questi delitti atroci. Esecuzioni sommarie di uomini, a cui per tanto tempo non è stato riconosciuto il diritto ad una degna sepoltura, il tutto per uno strascico ideologico. Ideologia che ancora oggi a tratti da segno di se, prova ne è la poca risonanza di questa ricorrenza, relegata a qualche approfondimento dopo la partita di calcio, sulla rai, le altre reti poco o nulla. Una pagina di storia dolorosa, che ha costretto all’esilio intere famiglie, forzate ad abbandonare le proprie case, la propria terra, a vivere da estranei e spesso isolati.

Mi sembrava doveroso un post per rendervi partecipi di queste mie riflessioni.
Lucy❤️

L’inverno del nostro scontento

Recensioni, Senza categoria

Romanzo di John Steinbeck

Photo by Josh Sorenson on Pexels.com

 

Siamo a Long Island, isola a largo di New York,
la famiglia di Ethan Hawley è conosciuta da tutti in città ma ormai è caduta in
uno stato di dignitosa povertà. Il nonno, un tempo ricco baleniere, aveva perso
il suo status a seguito di un incidente occorso alla sua imbarcazione.
Sulla vicenda verranno gettate lunghe ombre che faranno da connettore tra le
disgrazie attuali ed alcune scelte corrotte del passato. Ora Ethan
è commesso in un negozio che un tempo apparteneva alla sua famiglia, ormai da anni
proprietà dell’ anziano signor Cerullo, un immigrato siciliano.

Nella prima parte del romanzo i personaggi
sembrano privi di ombre. Il tempo scorre piacevolmente scandito da fatti e
dialoghi che ci svelano alcuni retroscena. Ethan si mimetizza nella narrazione
senza dare troppo nell’occhio, vive mansueto la sua vita, decorosa senza molti
grilli per la testa. Tutte le altre figure circolano intorno alla sua
esistenza, ognuno al suo posto ordinato.

La storia si complica quando le persone intorno
ad Ethan cominciano a dibattersi, a sognare l’emancipazione rispetto ad una
realtà soffocante,  a mostrare tutto il loro
lato disilluso e decadente. In particolare la moglie Mary incarna una sorta di alter
ego che istiga Ethan ad accrescere il suo prestigio ad ogni minimo spiraglio
presentato dal caso. Il potere economico viene interpretato quale passaporto individuale
per accedere ad un livello superiore e diventare ognuno ingranaggio di una
società in corsa verso il consumismo ed l’affermazione del se.

Qui subentra nettamente una nuova percezione del mondo circostante da parte di Steinbeck. Spicca il risentimento dell’uomo deluso, forse vi si può leggere l’amarezza dello scrittore ormai consapevole della sconfitta morale dell’uomo. Ethan incarna questa decadenza. La narrazione oscilla tra descrizioni di fatti, resi noti mediante dialoghi diretti, e le continue riflessioni del soliloquio con cui il protagonista confessa i propri dubbi, trascinando il lettore nel flusso dei suoi pensieri. Steinbeck racconta la dolorosa dicotomia in cui la società degli anni sessanta stava trascinando gli uomini, non si tratta piu’ di lotta contro le circostanze avverse, ma piuttosto un’opposizione tra circostanze e libero arbitrio. La caduta quindi dell’uomo e dei suoi valori atavici a favore delle pressioni deplorevoli di una società corrotta dal desiderio di ricchezza che porterà allo spegnersi dei sogni, anche e soprattutto nel momento del successo, in una corsa verso il nulla.