Le città di carta di Dominique Fortier

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Emily Elizabeth Dickinson, Emily come le piacerà farsi chiamare, nasce nel 1830 nella piccola città di Amherts nel Massachuttes. Una sola fotografia ci restituisce il suo volto, in bianco e nero una sedicenne emaciata e magrissima con uno sguardo intenso, vicino a lei ovviamente un libro. Emily cresce nella campagna osservandone curiosa ogni dettaglio, ascolta il becchettio dei merli ai quali allunga molliche, intorno i fiori sembrano bisticciare tra loro, impara dalla natura acquisendone la calma serafica, la studia e ne raccoglie le tracce tra i libri, si commuove davanti alla prima neve. Il suo delicato sbocciare e l’inclinazione alla contemplazione delle piccole cose viene sempre accompagnato dall’espressione da “orologio a pendolo” del padre o dal silenzio indisposto di Madre. Le giornate scorrono scandite dalla quotidianità assieme ai fratelli Austen e Lavinia, ed Emily inizia a spillare le parole, come farfalle, a pezzetti di carta rubacchiati tra una faccenda e l’altra. Le stagioni si susseguono in circolo ed Emily perde la sua amica Sophie, senza lacrime. Durante il seminario Emily studia molto e condivide la vita, i sogni e i giochi di parole con le altre ragazze iscritte, domandandosi anni dopo come può qualcuno rispondere allo stesso nome dopo essere cambiato così radicalmente. Emily comincia ad arrovellarsi sulla trinità. Per un problema di salute ritorna a casa e alle occupazioni domestiche intervallate dai momenti di quiete silenziosa nella sua stanza, quando può fare posto alla sua voce interiore. Si sente fuori posto, uno spaventapasseri. Osserva con distacco la sua famiglia, non vi si riconosce. Scopre nuove prospettive dalle passeggiate brevi fatte sempre nello stesso giardino. Il tempo sembra immobile, i suoi bisogni sono ridotti al punto che potrebbe non essere mai esistita.

Malgrado le numerose pubblicazioni sulla poetessa, Emily Dickinson resta un personaggio affascinante ed enigmatico per la sua visione del mondo e per la scelta di vivere quasi da reclusa, sempre accudita dalla sorella piu’ piccola Lavinia che, silenziosa come i suoi gatti, si aggira intorno a lei, discreta e protettiva. In questo saggio, delicato ed evanescente, scritto con uno stile che evoca lo spirito con cui Emily si affacciava al mondo, l’autrice Dominique Fortier ci accompagna attraverso i luoghi della sua esistenza, Amherset, Boston il seminario di Mount Holyoke, ci porta per mano attraverso pensieri di Emily e ricostruzioni della sua vita, facendoci conoscere i volti che l’avevano accerchiata e da cui ad un certo punto aveva deciso di staccarsi. La  paesia di Emily Dickinson è questo, sparire dietro quel filo d’erba che non avremmo mai visto, non certo sotto la luce delicata ed unica con cui lei riesce ad illuminarlo per noi, lo può far risorgere dalla neve. Lei è fatta di carne, sangue ed inchiostro. La Fortier ci suggerisce i quesiti che Emily quasi certamente si sarà posta, la ragazzina si domanda se anche gli altri vedano la realtà come fa lei, forse non hanno finestre altrettanto nitide. A tratti l’autrice fa incursione nel racconto parlandoci in prima persona di se stessa, raccontando di aver toccato come reliquie i manoscritti ed il fragilissimo herbarium di Emily che sono custoditi alla Houghton Library dell’Università di Harvard, non si possono vedere ma solo manipolare dei fac-simile, tuttavia ci rende partecipi di un’esperienza commovente quasi lacerante, eppure ci fa scorgere come ogni giorno per Emily sia stato completo, in se e per se. Non c’è stata mancanza ai suoi occhi, quella di Emily è vita piena, fatta di ripetizione che trasforma il tempo in un unico filo continuo e sospeso nell’infinita bellezza delle piccole cose che lei riesce a far vivere in semplici parole, con poche gocce d’inchiostro.