La mano nera.

Recensioni

Vorrei ringraziare Infinito Edizioni per avermi inviato copia e-book di questo splendido saggio. Lettura preziosa che consiglio caldamente a tutti. Regalatelo e conservatene copia, perché l’usura è un pericolo concreto e serpeggiante che potrebbe intaccare la serenità di chiunque, in qualsiasi momento di difficoltà ed in questa fase storica di tracollo economico, scontento sociale e Covid stiamo rischiando molto.

Il testo è un racconto, un documentario scritto che attraversa il fenomeno dell’usura storicamente e geograficamente. Una pratica diffusa nel vicinato e su tutto il territorio italiano, parla dei cravattari romani, dell’immigrazione degli anni settanta ottanta al Nord e la creazione, in particolare in Lombardia, di una rete mista di imprenditori, colletti bianchi e mafia. Sonda tramite l’esperienza diretta delle vittime questo tremendo fenomeno, che imbavaglia costringendo alla schiavitù chi ne è vittima. La parola schiavitù, non siamo abituati a confrontarci con le conseguenze reali di una tale condizione, la consideriamo superata. Eppure gli autori, Salvatore Giuffrida e Luigi Ciatti, riescono a restituire esattamente la sensazione di claustrofobia in cui è costretto a vivere chi malauguratamente decide di avvicinarsi a queste offerte d’aiuto. La parte più controversa di questo reato sta proprio nel fatto che il primo atto di avvicinamento lo fa proprio la vittima.

Il reato di usura a differenza dell’estorsione è di difficile individuazione, i colpevoli devono essere colti in flagranza di reato e questo mette in difficoltà chi decide, con coraggio, di denunciare. E’ un reato che, si comprende bene leggendo le parole delle vittime, soggioga dal punto di vista psicologico, ti porta via la dignità non solo i soldi, alla fine non sempre ti restituisce la tua identità anche se resti vivo, ci saranno incubi, tic, ferite indelebili a segnare ogni giorno della tua esistenza. Resti marchiato per sempre dall’esperienza, perché ti nascondi nella menzogna, nell’orgoglio ferito, nella convinzione di riuscire a liberarti con le tue mani dalla situazione, ma più ti muovi e più il cappio si stringe attorno al collo, tuo e dei tuoi cari per i quali cominci ad avere paura. Mi sento ancora adesso soffocare se ripenso ad alcune delle prime testimonianze. Ho pianto per pagine intere, soprusi, violenze, percosse, minacce ed intimidazioni hanno ridotto le persone a spettri in cerca di denaro impossibile da racimolare, debiti che da poche centinaia o migliaia di euro si trasformavano in montagne di soldi che sarebbe stato impossibile mettere assieme. Lo spettro della perdita di tutto, della propria attività, della casa, paura di non poter riempire il frigo. Una vita senza libertà, solo per aver voluto più denaro di quello che si poteva gestire. Il sottile filo che separa noi tutti dalla follia o dalla povertà è facilmente valicabile e questo libro lo dimostra, come dimostra che viviamo in una società totalmente malata.

L’allarme è tremendo ed è lanciato causticamente dagli autori che hanno realizzato questo lavoro intervistando questori, personale impiegato nelle prefetture, la Caritas, responsabili degli sportelli di ascolto, la Federazione Antiracket, e tanti tanti altri che non posso citare qui, incluse tutte le vittime che con la loro testimonianza hanno reso tangibile il concetto di usura, ormai un fenomeno in rapida espansione. Dopo la crisi del Covid, le conseguenze economiche hanno condotto al disastro economico moltissime aziende che non avendo disponibilità economica né opportunità di accedere a prestiti bancari sono facili prede di questo sistema. Ormai si tratta di un’organizzazione innestata con la malavita. Dal Veneto al Lazio per la Puglia, la Campania la Calabria e la Sicilia, ma in tutta Italia le denunce e le richieste di aiuto al Fondo di prevenzione dell’usura sono in crescita. Addirittura l’impoverimento delle famiglie ha portato, in mancanza di altre opportunità di accesso al microcredito, per pagare bollette e spesa (!) a cadere vittime di questi giri loschi, ed il problema, il nocciolo della questione sta in due punti fondamentali:

  1. Scarsa educazione economica in una società di consumi
  2. Esclusione finanziaria

Questi due fenomeni rendono l’usura ormai un fenomeno innestato nella metamorfosi sociale, lo Stato dove lascia spazio viene sostituito dalla criminalità organizzata la quale utilizza questo strumento dell’usura come panacea iniziale per le proprie vittime per riacquistare credito ad esempio in Sicilia dove le grandi operazioni antimafia avevano provveduto ad estirpare certi fenomeni, ed in altre zone dell’Italia dove guadagna posizioni.

Economia sana viene trangugiata da questo sistema malato portando sul lastrico lavoratori spesso sprovveduti o semplicemente in un momento di difficoltà, ed alimentando i traffici di mafia e ‘ndrangheta che, con questi soldi ed acquisendo le aziende vessate, hanno l’opportunità di riciclare denaro sporco. Tutto sulla pelle di persone ingenue o impreparate ad affrontare situazioni troppo impegnative, in un sistema che con l’assenza dello Stato genera a sua volta condizioni adatte a questo fenomeno subdolo.

La denuncia è l’unica via. Proprio oggi ho sentito un’intervista di Condorelli, che ha denunciato un tentativo di estorsione ed oggi dopo due anni sono state arrestate quaranta persone. Ma i grandi imprenditori sono una fetta, dobbiamo pensare alle migliaia di persone e di piccole imprese che vengono vessate quotidianamente e che stanno vivendo l’incubo peggiore.
Ci sono gli strumenti e le persone a cui affidarsi per uscire da questa situazione, nulla sarà come prima, non subito, ma il sollievo di chiudere con una vita di sotterfugi e di paura deve essere un baluardo a cui tendere. Chi osserva situazioni poco chiare deve denunciare, per non consentire a questo costume di diffondersi e distruggere la vita di altre persone.

The Curse di Damiana Giacobbe

Recensioni, Scrittura

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un video in cui, Damiana Giacobbe, l’autrice del romanzo che mi appresto a recensire, parlava della sua raccolta di racconti “Ritratti di zucchero” edito per Montedit con cui ha vinto il premio Prevert. Incuriosita dai modi gentili con cui questa giovane scrittrice esordiente si presentava, ho deciso di curiosare nel suo profilo Instagram ed ho scoperto che in quel momento, credo fosse fine gennaio, era completamente immersa nella sua avventura con Bookabook, nota casa editrice con modalità crowdfunding molto gettonata tra gli autori emergenti. Ebbene, d’istinto ho preordinato il libro, curiosa da un lato e desiderosa di appoggiarne un sogno dall’altro. Scrivere per Damiana è ossigeno, comprendendo questa necessità mi piaceva l’idea di essere un piccolo mattoncino nella costruzione di questo suo obiettivo che in effetti ha centrato, portando a termine con successo la sua campagna. Purtroppo presa da milioni di letture in sospeso sono riuscita a leggere il romanzo soltanto nelle ultime settimane e devo dire che è stata una piacevole sorpresa. Non mi ero resa conto si trattasse di un fantasy, ho scaricato il libro ed iniziato a leggerlo, volutamente a scatola chiusa, senza documentarmi, per non farmi condizionare nel mio giudizio.

La storia parla, come si evince dal titolo, di un sortilegio, anzi ad essere precisi di una maledizione. Attorno a vicende che attraversano il tempo, personaggi comuni e del tutto ignari del destino che li unisce, si apprestano a vivere la loro vita, con tutti i problemi del caso. La protagonista, Cleo Wood, è un’adolescente di diciassette anni, tormentata, molto riflessiva e poco appariscente che negli ultimi tempi vive con difficoltà le relazioni familiari. La madre sta iniziando una nuova convivenza che stravolge la quotidianità di Cleo, le relazioni con il patrigno ed il fratellastro sono molto complicate e a tratti il fratellastro è imperscrutabile per noi come per il personaggio. Per sfuggire alle tensioni in casa Cleo, invaghita del suo professore si rifugia sempre più in questo suo sentimento inizialmente unilaterale e casto ma che poi, con il passare del tempo assume connotazioni più intense tali da intimorirla. Nel mentre questa relazione si svela sempre più sconveniente il rapporto con il suo fratellastro Remì finalmente sembra distendersi, scopriranno di avere in comune molto più di quanto non potessero immaginare. I personaggi vengono sbalzati ed intrecciati in un flusso di tensione che ci svela lentamente e non senza colpi di scena molte retrospettive, presentimenti e visioni. Si rimane interdetti a tratti, e poi la storia vira verso nuove direzioni.

Devo dire che pur discostandosi completamente dalle mie normali letture, questo romanzo mi è piaciuto, sicuramente lo stile c’è, è un primo romanzo in cui Damiana Giacobbe ha messo tutta se stessa, l’impegno di vede molto. Ritengo le premesse ci siano tutte per continuare a leggere in futuro nuove storie che riserveranno evoluzioni stilistiche e di contenuti. Stay tuned!

Lucy

Tsugumi di Banana Yoshimoto

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Tsugumi è un libro che ho letto molti anni fa. Ricordo di averlo comprato sbadatamente, non avevo ancora acquistato nulla di questa autrice che poi, tra i venti ed i venticinque anni ho letto sempre con tanto piacere. L’atmosfera del libro mi era molto congeniale in quel periodo, tratta di adolescenti e di amicizie, i sentimenti che li legano durante lo svolgimento della storia avevano qualche parallelismo con la mia vita di allora.

Il messaggio sottostante lo ricordo bene, mi aveva lasciato in parte ferita. In quella fascia d’età in cui stai uscendo dall’adolescenza e ti affacci alla vita da adulto, al mondo reale con tutte le sue complicazioni. Molte delusioni hanno già mitigato la tua visione del mondo e delle relazioni, non sogni più ad occhi aperti, tuttavia, resta quella vocina dentro di te, insiste, ottimista dicendo che comunque vada sicuramente la spunterai. Ora che ho superato i quaranta comprendo bene, che quella voce non ci abbandona mai.
Usciti dalle età in cui è concesso demandare ad altri le nostre responsabilità ed in cui possiamo decidere di essere altro da noi ogni secondo giorno, l’unica cosa a cui ci possiamo aggrappare è questa voce colma di speranza, è un Io interiore e bambino, un io impertinente che malgrado la razionalità ci spinge ancora a sognare un pochino, ad essere noi stessi anche se solo a stralci, rubando alle responsabilità di ogni giorno una piccola bolla di ossigeno, l’unica che ci consente di trattenere il fiato fino a domani.

Questo è il quarto romanzo della Yoshimoto, uscito nel 1989 in edizione completa e prima a puntate sulla versione giapponese del giornale “Marie Claire”, si tratta di uno dei titoli di maggiore successo dell’autrice con all’attivo più di due milioni di copie vendute. Non male. Segreti, spiriti, messaggi nascosti. Questo romanzo si materializza come una cartolina e sembra cristallizzare una località di mare dimenticata e monotona, uno di quei luoghi in cui siamo stati trascinati al seguito dei nostri genitori. Azioni vuote, ripetute nella noia e compiute con la speranza di vivere, domani, una vita più interessante, inconsapevoli della struggente nostalgia che proveremo da adulti per quell’ozio familiare, ormai un ricordo color seppia.

Provo molta nostalgia sfogliando le pagine ingiallite di questa edizione del 1999. Una vita fa.

La piccola Parigi di Massimiliano Alberti

Recensioni

Avverto che si tratta di una “recensione entusiasta” filtrata dall’amore che ho provato nel leggere questo libro.
Ci sono romanzi che appena li cominci si svelano con tutta la loro dirompente bellezza, dalle prima pagine.
Io non me ne ero accorta, ma travolta dagli eventi di queste ultime settimane, evidentemente ne avevo bisogno e mi sono lasciata trasportare dalla storia raccontata in “La piccola Parigi” pubblicato nel 2020 con InfinitoEdizioni. Una fuga in un mondo nuovo, visto con occhi diversi e con prospettive inaspettate ma che in parte hanno saputo guardare dentro di me, a mio modesto avviso queste sono le linee guida per riconoscere un classico.

Ero curiosa perché l’autore è di Trieste e racconta di una zona della città che mi ha sempre incuriosito, Piccola Parigi per l’appunto, la storia del nostro protagonista Lorenzo si svolge nello specifico in Corte Fedrigovez. Tra case sgretolate, odore di malta, gatti e muschio crescono i bambini, vivono gli adulti, tutti imbrigliati da una sottile brama di equilibrio, felici perché spensierati i piccoli, costretti a tirare avanti in qualche modo gli adulti.

Nel romanzo inizialmente sembra di trovarsi in una piccola Via Pal, un gruppo di bambini che sognano di trasformare il loro mondo che percepiscono ai margini e fatiscente, ma è la loro casa, insieme si lanciano in avventure e scoperte, esplorano i dintorni bisticciano anche picchiandosi ma restando uniti, da piccoli e forse anche da adulti. Attraverso le vicende dei personaggi si esplorano emozioni importanti, l’amicizia, i primi tormenti dell’amore, il rapporto con i genitori, i benpensanti, i limiti di una società sempre contrapposta, la malattia mentale, l’egoismo della gioventù, il sacrificio di mani ruvide, la voglia di ordine, quella cassetta della posta da mettere “a posto” anche dopo l’ennesimo vandalismo. Si incontrano la delusione, il dolore e la morte spesso tabù che vengono nascosti erroneamente ai bambini, qui nella Piccola Parigi ognuno vive una vita autentica, si fa carico della verità, completa di tutte le sue parti.

Le pagine si susseguono, rapide, intrise di una storia che ti conquista ad ogni paragrafo. Si fa strada lo spettro della droga degli anni ottanta e novanta, sempre sullo sfondo c’è chi parte e chi resta, immanente un desiderio di riscatto condito da una sottile speranza, sembra una lotta impari, un pensiero azzardato.

Leggendo del desiderio di rivalsa dei giovani protagonisti, che sembrano nella loro semplicità, incarnare gli unici ancora capaci di sognare o a cui è concesso questo diritto, mi sono venute in mente le mie riflessioni ai tempi dell’università, quando preparavo l’esame di architettura del paesaggio. Quanto la condizione dell’ambiente circostante interferisce sulla percezione di noi stessi e delle possibilità a cui possiamo aspirare? Moltissimo, e qui il romanzo diventa foriero di un messaggio cruciale, non lasciamo dimenticati gli spazi, perché vi abitano sogni che potrebbero esserne soffocati.

Proverò nostalgia per questa storia, mi è rimasta nel cuore, anche adesso dopo 24 ore, è un romanzo che rileggerò sicuramente, e troverò nuovi dettagli, emozioni e chiavi di lettura. Spero di trovare nei commenti le vostre impressioni se lo avete letto e se non lo avete ancora fatto, affrettatevi ne sarete conquistati!

Grazie Massimiliano Alberti per questo gioiellino.

Lucy

L’isola sotto il mare di Isabel Allende

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Siamo a Santo Domingo, ora Haiti, terra di colonie francesi dove grandi proprietari terrieri vivono una realtà ben diversa da quella della spensierata Parigi del 1770, siamo poco prima della rivoluzione, l’aristocrazia vive un sogno ormai destinato a tramontare, una società corrotta dai privilegi di pochi in cui un nuovo pensiero, rivoluzionario, comincia a farsi strada e non solo tra gli intellettuali, il popolo brama uguaglianza, legalità ma la “fraternite”, quel senso di innata solidarietà tra esseri umani e che trascende la diversa estrazione economica, sociale e  colore è ancora un miraggio lontanissimo. Belletti e pizzi che adornano le dame nei salotti della capitale sono pagati con denari sporchi di sangue ed umiliazione. Il giovane Touluse Valmorain giunge in queste terre esotiche e disperate in visita al padre, presto si rende conto suo malgrado di avere il dovere morale di sostituirlo per difendere il nome e le ricchezze della sua famiglia. Riluttante si appresta a gestire e terre e gli schiavi, giustificandosi sempre e sostenendo di gestire con più umanità la sua gente. Zaritè entra nella vita di Valmorain come serva per la sua giovane moglie in arrivo da Cuba. Le sofferenze di queste donne si intrecceranno tra riti tribali, medicina tradizionale, spiriti, parti dolorosi e morti inaspettate. Zaritè trascorre la sua vita occupandosi, uno dopo l’altro, dei figli e delle vite degli altri, attendendo il suo turno per vivere, questa attesa colma di speranza non la abbandona mai, anche quando derubata di tutto ciò che ha di più caro, figli, amore, danze tra i tamburi il cui suono è un richiamo invincibile che dai piedi vibra risuonando in tutto il suo corpo, Erzulie la guida, lei è inconsapevole eppure sacrario di un’antica tradizione, di una cultura che la permea e la rende il perno attorno a quale girano le vite degli altri, lei è una lucciola, brilla sempre anticipando la strada da percorrere. La libertà il cui desiderio arde nel cuore della piccola Zaritè incontrata nei primi capitoli sarà una conquista dura, segnata dal dolore. Intorno alla nostra eroina si svolgono rivoluzioni culturali e politiche, gli americani invadono Haiti, la situazione a Cuba diventa incandescente perchè i rifugiati dalle piantagioni di Haiti ormai erano troppi, Zaritè assieme a Valmorain e i suoi figli si rifugiano a New Orleans, qui la famiglia si occupa sempre di piantagioni, entra una nuova figura antagonista di Zaritè che avrà ancora tante avventure da vivere nei suoi quarant’anni descritti nel romanzo.

Durante i dialoghi interiori di Zaritè, che avvicinano in modo sapiente alle emozioni di questa piccola grande donna, viene nominata spesso Erzulie, loa dell’amore, una divinità familiare propria del Vodun, praticato ad Haiti dove era nata la nostra protagonista. Zaritè vi si affida con tutte le sue forze per superare le privazioni ed il dolore di vivere in un mondo in cui nemmeno la dignità di essere umano le viene concessa, non si ritiene possa avere emozioni questo è uno dei pensieri che spesso mi hanno trafitta, al di là dell’espediente letterario, posso immaginare che le emozioni descritte dalla Allende siano state effettivamente sperimentate da qualcuno, forse anche in questo momento mentre io scrivo o tu leggi, e questo mi indigna profondamente, la mia totale impotenza mi fa percepire le emozioni del tenero Moris che scoprirete leggendo il romanzo . Ma questa donna coraggiosa porta con onore le sue cicatrici, le rispetta e riesce a trasformare i suoi dolori in gioielli. La fraternitè tarda ad arrivare se pensiamo che ne 1860 si stima che gli africani deportati in America e costretti ai lavori forzati fosse circa 4 milioni e mezzo milioni era costituito da schiavi liberi tra Nord e Sud, ma liberi cosa poteva significare per persone costrette ai margini di una società che fino a ieri aveva trattato queste persone come oggetti. Nella storia viene descritta la ribellione degli schiavi realmente condotto dal sacerdote vudù Boukman, ribellione che portò all’uccisione di moti bianchi e alla distruzione delle piantagioni, infine la testa di Boukman catturato venne esposta per spaventare i ribelli, ma ormai l’impresa era iniziata, nel 1792 era stata concessa la cittadinanza ai maroons, decisione contrattata in terra coloniale, e per questo motivo venne inviata una delegazione composta da Leger-Felicitè Sonthonax ed Etienne Polverel per mediare le decisioni prese. Le vicende del romanzo si intrecciano con i fatti ed i personaggi realmente coinvolti nel processo di abolizione della schiavitù a cui i bianchi si opponevano fermamente. Si incontrano Galbaud, che guida le forze francesi a Le Cap, per sconfiggerli Sonthonax si servì di mulatti e di una forza di mille schiavi ai quali venne concessa la libertà. Questo irritò i mulatti schiavisti, tanto da privare Sontonax di un importante sostegno, quindi cercò sostegno tra i neri, per i quali il 29 agosto del 1793 decretò l’emancipazione generale del Nord di Santo Domingo, poi estesa a tutta la colonia.

 Il 4 febbraio del 1794 la Convenzione Nazionale Francese dichiarò abolita la schiavitù.

Inghilterra Francia e Spagna in ogni caso si apprestavano a conquistare la colonia ormai sguarnita e indebolita dalle lotte interne, le vicende di Zaritè si intrecciano su più fronti con i fatti storici realmente accaduti tra il 1770 ed il 1806, quarant’anni di vita di una donna in lotta e un subbuglio storico e culturale che porterà lentamente a conquiste ancora oggi da definire.

I fiori nascosti nei libri di Silvia Montemurro

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Chiara, giovane stilista, muove i suoi primi passi nel mondo della moda. Ha ricevuto l’invito, da parte di un hotel di lusso a Sankt Moritz in Svizzera, di presentare la sua nuova collezione durante un evento, un’occasione inaspettata che la galvanizza, senza pensarci troppo parte piena di entusiasmo. Il viaggio in macchina però si dimostra quasi subito difficoltoso per una fortissima nevicata. Giunta alla dogana la avvisano che la strada è chiusa e non può proseguire a causa dell’allarme valanghe, le consigliano di pernottare presso Villa Gorbald. Brutto colpo per Chiara che non aveva preventivato nessun imprevisto del genere, partendo da una Firenze in cui la primavera stava appena sbocciando. Il suo soggiorno presso Villa Gorbald, la inquieta fin da subito. I due custodi Arold e Thomas, la osservano con un certo imbarazzo e seppure contraddistinti da una gentilezza fuori tempo, la fanno sentire a disagio. Si aggira nelle stanze della casa e viene rapita dai dettagli, dai profumi, da suoni e scricchiolii che non riesce a capire se provengono dalla sua fantasia o se davvero si propagano dagli spazi piu’ nascosti della Villa. Un quadro in particolare la rapisce e la lascia senza parole, ritrae una donna che le assomiglia in modo sorprendente, ma questa immagine sembra dissolversi enigmaticamente durante la notte. Chiara si interroga su questa figura femminile, gira per le ampie stanze, i corridoi, la biblioteca ed in un gioco di indizi tra fiori, quadri e lettere riesce a comunicare con questo fantasma del passato. Irena, tramite le sue lettere nascoste, parla a Chiara della sua fuga da Cracovia prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, della sua adolescenza solitaria, poi della scuola fatta proprio a Villa Gorbald che ospitava giovani di buona famiglia da preparare al mondo del lavoro, del suo amore clandestino per il contrabbandiere Toni, dei dolori della sua vita e delle speranze mai sopite. Un parallelismo tra due donne, separate dal tempo e dagli eventi.

I fiori nascosti nei libri è l’ultimo romanzo di Silvia Montemurro. La storia è un intreccio di enigmi e destini che si rincorrono attraverso il tempo ed i luoghi. Frash back che fanno incursione nella vita della protagonista Chiara. Il romanzo fa uso della forma dell’epistolario, capiremo con lo snodarsi del racconto il motivo per cui, un fantasma del passato, Irena, decide di comunicare in modo così personale e materico con Chiara. Interessante è il parallelismo creato tra due donne, simili nell’aspetto, come inequivocabilmente i quadri suggeriscono, ma separate dalla loro storia personale, dai contesti in cui sono cresciute, dall’epoca storica in cui vivono. La prima lettera di Irena ci catapulta in Polonia, siamo all’inizio della seconda guerra mondiale racconta che i suoi genitori, per metterla in salvo dalle persecuzioni di cui si cominciava a mormorare a Cracovia, l’avevano affidata ad un’amica della madre in Svizzera. Qui, una delle scene topiche del libro, che racchiude il filo conduttore della storia, un fiore, da proteggere e preservare con coraggio e determinazione. Irena deve fare i conti con una storia malvagia a tal punto da rimanere ai margini delle conversazioni, non si nominano i suoi genitori deportati o il suo fratellino di cui ricorda sempre piu’ vagamente il viso paffuto. Rimane segregata in casa finchè non parla fluentemente il tedesco, deve sostenere il giudizio severo di una società a cui non sente di appartenere. Chiara vive con una certa spregiudicatezza la sua esistenza, una ragazza libera, come voleva essere Irena. Due donne che sarebbero state uguali se avessero vissuto nella stessa epoca, due donne che scopriranno di avere molto in comune oltre all’aspetto. I fiori sono protagonisti assieme a Chiara ed Irena, essi rappresentano un linguaggio universale, un ponte emozionale che supera la barriera di tempo e spazio e unisce intimamente il cuore delle due donne. Donne che devono ritrovarsi, per chiudere finalmente il cerchio e restituire amore a chi ne era stato privato dal destino.