Una passeggiata d’inverno di Henry Thoreau

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Durante la notte il vento gelido artiglia la natura. Il bosco viene vestito da piccoli cristalli di neve, la vediamo posata sui davanzali e sugli alberi intorno.  Il sole ancora non fa mostra di se ma abbandoniamo il tepore casalingo e ci avviamo nell’aria gelida a scoprire la metamorfosi del bosco. La neve è ancora intatta, segnata solo da rade impronte di volpi,  scricchiola sotto i nostri passi, in lontananza si ascoltano versi di animali, rumori indecifrati, il suono ritmico delle accette sui tronchi. Nella foschia mattutina balugina la luce del carro di un contadino mattiniero. L’umidità si dipana in una nebbia rasoterra e si ritrae svogliatamente al sorgere del sole. Camminare nel freddo dell’inverno fa pensare con nostalgia all’estate, ma è dentro al nostro cuore che alberga il calore giusto per ogni stagione. Lasciamo alle nostre spalle la boscaglia, un sentiero ci riconduce in uno spazio aperto, un camino ci preannuncia compagnia affine, umana. Ma presto la passeggiata nel bosco ci richiama, seguendo lo scorrere del fiume, entriamo in confidenza con la vita che percorre l’acqua nei diversi momenti dell’anno. Il corso del fiume modifica il paesaggio tra il ghiaccio sul quale camminiamo ora ed il vapore che esala con il primo sole di aprile,  cerchiamo i pesci e gli altri animali, li ricordiamo in frenetica ricerca di cibo in estate, curiosi e spontanei. Nelle giornate di neve tutto tace, scompare ogni traccia, il vento suggerisce di tornare sui nostri passi, a raccoglierci in una rinnovata spiritualità. Al caldo della nostra dimora.

Thoreau in questo breve racconto, con la sua narrativa poetica ci conduce per mano durante una passeggiata invernale nel bosco, immediatamente ci uniamo a lui in un inno alla natura. Il paesaggio è sfigurato dalla potenza del gelo, gli animali che cicaleggiavano durante l’estate sono un ricordo, ora tutto si ritrae, con il nostro mentore seguiamo le acque del fiume a tratti sepolte dal ghiaccio e veniamo investiti dal vento che sferza noi, le pietre intorno ed i rami sopra le nostre teste. In fuga dalla città e dalle descrizioni scientifiche, dentro il bosco siamo natura nella natura, Thoreau ci insegna ad essere parte di essa, pur nella sua ostilità. Gli alberi sempreverdi spruzzati di neve portano in se l’estate, il cielo ci avvolge appiattedosi sulla terra, si crea un tutt’uno confuso con il nostro spirito, che il filosofo ci spinge a sondare profondamente. Siamo invitati dall’aspetto etereo ed imperturbabile del bosco algido in cui camminiamo, alla meditazione, al raccoglimento. L’aria fredda purifica l’ambiente e noi stessi, che dietro sprone del filosofo torniamo ad essere parte di un ciclo unico a cui apparteniamo da sempre. La connessione con la natura, nelle sue manifestazioni più selvagge e lontane dalla nostra comodità secondo Thoreau ci deve portare ad uno stato di purezza, e di apertura tali da ricongiungerci con una pace completa che ci rende consapevoli di noi stessi e del nostro posto nel mondo.

questo testo edito da @lanuovafrontiera tradotto splendidamente da @tommaso_pincio ed impreziosito dalle illustrazioni in bianco e nero di @rocco00073
La prima parte e’ 𝐔𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 e il titolo, appena visto, risuonava. Io cammino, tanto, quasi tutti i giorni.
La copertina illustra una montagna con un fiume o lago… un panorama che ultimamente occupa la mia immaginazione, ogni giorno, mentre scrivo la mia storia, quando cammino, bevo il caffe’, mangio, faccio la spesa. Era IL libro che mi chiamava.
Al posto giusto nel momento giusto.
Pensavo sarebbe stato un fuoco di paglia. Ma no!
La pesia nella narrativa mi ha afferrata, letteralmente. Cio’ che, in questa prima lettura, mi ha sorpreso e’ la capacita’ di Henry David Thoreau (1817-1862)di cesellare le frasi con le parole, limate una ad una, soggiogate e conosciute, trasmesse a chi legge.
Mi esalta leggere chi scrive con perizia ma non posso descrivere la gioia di scoprire chi sa farlo con sentimento.
Lo consiglio vivamente!

Le città di carta di Dominique Fortier

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Emily Elizabeth Dickinson, Emily come le piacerà farsi chiamare, nasce nel 1830 nella piccola città di Amherts nel Massachuttes. Una sola fotografia ci restituisce il suo volto, in bianco e nero una sedicenne emaciata e magrissima con uno sguardo intenso, vicino a lei ovviamente un libro. Emily cresce nella campagna osservandone curiosa ogni dettaglio, ascolta il becchettio dei merli ai quali allunga molliche, intorno i fiori sembrano bisticciare tra loro, impara dalla natura acquisendone la calma serafica, la studia e ne raccoglie le tracce tra i libri, si commuove davanti alla prima neve. Il suo delicato sbocciare e l’inclinazione alla contemplazione delle piccole cose viene sempre accompagnato dall’espressione da “orologio a pendolo” del padre o dal silenzio indisposto di Madre. Le giornate scorrono scandite dalla quotidianità assieme ai fratelli Austen e Lavinia, ed Emily inizia a spillare le parole, come farfalle, a pezzetti di carta rubacchiati tra una faccenda e l’altra. Le stagioni si susseguono in circolo ed Emily perde la sua amica Sophie, senza lacrime. Durante il seminario Emily studia molto e condivide la vita, i sogni e i giochi di parole con le altre ragazze iscritte, domandandosi anni dopo come può qualcuno rispondere allo stesso nome dopo essere cambiato così radicalmente. Emily comincia ad arrovellarsi sulla trinità. Per un problema di salute ritorna a casa e alle occupazioni domestiche intervallate dai momenti di quiete silenziosa nella sua stanza, quando può fare posto alla sua voce interiore. Si sente fuori posto, uno spaventapasseri. Osserva con distacco la sua famiglia, non vi si riconosce. Scopre nuove prospettive dalle passeggiate brevi fatte sempre nello stesso giardino. Il tempo sembra immobile, i suoi bisogni sono ridotti al punto che potrebbe non essere mai esistita.

Malgrado le numerose pubblicazioni sulla poetessa, Emily Dickinson resta un personaggio affascinante ed enigmatico per la sua visione del mondo e per la scelta di vivere quasi da reclusa, sempre accudita dalla sorella piu’ piccola Lavinia che, silenziosa come i suoi gatti, si aggira intorno a lei, discreta e protettiva. In questo saggio, delicato ed evanescente, scritto con uno stile che evoca lo spirito con cui Emily si affacciava al mondo, l’autrice Dominique Fortier ci accompagna attraverso i luoghi della sua esistenza, Amherset, Boston il seminario di Mount Holyoke, ci porta per mano attraverso pensieri di Emily e ricostruzioni della sua vita, facendoci conoscere i volti che l’avevano accerchiata e da cui ad un certo punto aveva deciso di staccarsi. La  paesia di Emily Dickinson è questo, sparire dietro quel filo d’erba che non avremmo mai visto, non certo sotto la luce delicata ed unica con cui lei riesce ad illuminarlo per noi, lo può far risorgere dalla neve. Lei è fatta di carne, sangue ed inchiostro. La Fortier ci suggerisce i quesiti che Emily quasi certamente si sarà posta, la ragazzina si domanda se anche gli altri vedano la realtà come fa lei, forse non hanno finestre altrettanto nitide. A tratti l’autrice fa incursione nel racconto parlandoci in prima persona di se stessa, raccontando di aver toccato come reliquie i manoscritti ed il fragilissimo herbarium di Emily che sono custoditi alla Houghton Library dell’Università di Harvard, non si possono vedere ma solo manipolare dei fac-simile, tuttavia ci rende partecipi di un’esperienza commovente quasi lacerante, eppure ci fa scorgere come ogni giorno per Emily sia stato completo, in se e per se. Non c’è stata mancanza ai suoi occhi, quella di Emily è vita piena, fatta di ripetizione che trasforma il tempo in un unico filo continuo e sospeso nell’infinita bellezza delle piccole cose che lei riesce a far vivere in semplici parole, con poche gocce d’inchiostro.