Ripensandomi.

Conversazioni

Consideriamo il fatto che sono una persona ignorante. Non so. Non conosco. Uniamo questa mia consapevolezza ad un carattere ansioso. Oddio non so. Oddio non conosco. Il mix è micidiale. Rendersi conto di questo è un peso agghiacciante, e credi di essere senza via d’uscita. Avevo credo undici anni quando ho cominciato a pensare in questo modo di me stessa, in relazione al mondo esterno, ovviamente. Senza metri di paragone non potremmo mai conoscerci a fondo. L’adolescenza infatti è uno spartiacque tra quello che credevamo, le famose credenze e la verità, o la realtà, cruda e pura, non edulcorata e assicuro che la mia non lo è mai stata. In questa perenne dicotomia e contrapposizione eccomi, affacciarmi al Mondo, mi vedo nitidamente. Sono una ragazzina, matura per la mia età, ma troppo riflessiva. Non mi piacciono molto le persone, inclusi gli adulti. Mi correggo. Soprattutto gli adulti. Li trovo ondivaghi. Non mi raccontano la verità. Ed io a undici, dodici, tredici anni la verità la vedo, ne ho vista tanta. Ingurgitata e vomitata, più e più volte. Mi guardate con sguardo stupito, eppure non sapete quanto la vostra falsità mi offenda. Ma non posso dirlo a nessuno, non conosco le parole esatte per esprimere il senso di inadeguatezza e di disillusione che mi provoca affacciarmi alla realtà. Quindi leggo. Nella mia stanza, cerco tra le pagine dei libri, risposte. Le cerco forsennatamente. Proust, quando avevo quindici anni era il mio migliore amico, Marquez mi aveva insegnato cosa significa un amore per sempre, malgrado tutto, Flaubert mi aveva raccontato del dolore. Sono sconfitta da questo mondo orrendo nel quale mi dovrò tuffare, prima o poi. L’unica strategia che riesco a trovare è un diversivo, faccio finta che nulla mi interessi. Vivo, nel senso che inspiro ed espiro, eseguo le mie debenda. Poi che farne, sfuggo tutto ciò che posso sfuggire, il confronto con questa realtà che ho già intravisto, come la vedo oggi a quarantadue anni, non mi piace. Mi sottraggo perché già so che la delusione sarà cocente. Mi ripenso e vedo un po’ di Emily Dickinson, mentre con le manine aggrappate alla mia penna scrivo diari pieni di filosofia esistenzialista adolescenziale, ma rileggendo, scopro che di adolescenziale c’è ben poco. Ho scritto di un dolore molto più inspiegabile. Mi rendo conto di aver vissuto per anni sul ciglio di un burrone, nessuno se n’era accorto, perché sorridevo sempre. Vivevo oscillando tra il conformismo richiesto e l’agognata follia da disertore.

Per poco, pochissimo, la mia vita non si è trasformata in una tragedia, ma quella che viviamo è un’avventura fatta di chiaro scuri, di ipocrisie infinite e di compromessi: ciò che rifiutavo da adolescente. Il mio percorso è stato accellerato, violento, impervio e pieno di lacrime che, generose e pazienti, mi hanno forgiata come steatite. A qualcuno sembrerà di una lontananza siderale eppure è la mia storia. Oggi questa sono io, summa di tutto quello che ho visto e che non ho potuto esprimere e che ha sedimentato dentro di me un hummus dal quale attingere. Un filtro attraverso il quale osservo la realtà. Distaccata ed al contempo coinvolta. Un equilibrio in perenne movimento. Ma libera. Si, posso affermare di essere libera, dopo aver camminato per certe lande desolate del mio spirito, aver respirato a fondo la solitudine a cui siamo naturalmente destinati, dopo aver accettato il mio passato semplicemente vedendone il bello, questo deserto umano in cui siamo destinati ad esistere appare nulla a confronto, onestamente. Ringrazio sempre per il viaggio fatto. Senza di questa avventura, la mia percezione del mondo e di me stessa non sarebbero uguali. Non potrei scriverne, anche se scrivere è sempre stato il mio rifugio, la mia scialuppa di salvataggio. E continuo, sperando di poterlo fare a lungo, con racconti che possano suscitare emozioni, semplicemente perchè vicini al cuore di chi legge. Il miracolo, la magia arcana e lo stupore insito nella chimica inaspettata suscitata dalla mescolanza di parole e pensiero. Il ponte tra scrittore e lettore, quello che non ho mai avuto il coraggio di costruire ma che ritengo sia arrivato il tempo di progettare.