Salti nel passato e voglia di rivincita.

Conversazioni, Scrittura

Ci sono fotogrammi. Scene particolari della nostra stessa vita che si cristallizzano nei ricordi, di tutto il contorno non resta niente, ma quella situazione per qualche ragione si imprime indelebilmente nella nostra memoria. Un ricordo, anche bello, può diventare doloroso un giorno, ma in quel momento non lo sappiamo, viviamo, inconsapevoli della nostra fortuna. Chiudo gli occhi e respiro, come fosse adesso, la grande felicità provata un giorno di giugno del 2001, in bicicletta a tutta velocità, sfreccio sotto i portici di Padova, l’ultimo esame in programma per la sessione, architettura del paesaggio – andato – tra l’altro con un bel trenta e lode. Quel lavoro in pizzeria – mollato il giorno prima – mi ero stancata di lavare piatti senza guanti di gomma ed uccidere scarafaggi col piede per liberare la strada alla cuoca in cucina. Il limite alla mia sopportazione credo di averlo raggiunto una settimana fa, durante un turno a pranzo, una pizza fumante con una bestiolina carbonizzata e mimetizzata, con le zampette rattrappite, tra le bolle annerite del cordolo. Il piatto, dalla bocca del forno era arrivato  fino al tavolo dei signori Lovato, ci conosciamo tutti al Portello. Un urlo in sala, poi silenzio, imbarazzo, movimenti rapidi delle sedie. L’uscita discreta degli ospiti aveva segnato il proprietario e la sua famiglia, io ero una dei pochi dipendenti extra. Erano delle brave persone, gentili e corrette, ma  il Portello, la zona residenziale sopra in canale, era infestato dalle blatte fuochiste, piccoli ed impertinenti scarafaggi rossicci, ma per non farsi mancare nulla faceva capolino anche qualche personaggio più corpulento e scuro. Nel ricordare queste creaturine rabbrividisco, nulla mi fa più orrore di questi insetti. Avevo capito che il mio tempo presso questa famiglia allegra era finito e forse anche la loro lunga avventura da ristoratori, ma al di là di questo, l’estate era sempre uno spartiacque per me. Tra una sessione e l’altra succedevano cose incredibili, a giugno ottobre sembrava lontano anni luce. Pregustavo il ritorno a Trieste in treno, una birretta fresca bevuta in cucina con i miei genitori a cui raccontare tutte le avventure degli ultimi mesi, il  puntuale ed allegro garrito delle rondini che ogni anno trovavano spazio sopra le grondaie della corte grigia su cui si affacciava la sala da pranzo. Sogno di essere già li, ma devo ancora fare tutto il viaggio in treno, lungo, caldo e scomodo.    

Parcheggiata la bicicletta dentro il garage, recupero lo zaino preparato la mattina presto prima di andare in sede a sostenere l’esame. Recupero il dolce del Santo che piace tanto a papà. Lo avevo comprato al mercato tradizionale che si svolge in Prato della Valle il 13 giugno appunto per Sant’ Antonio, patrono della città. Mi ero sentita molto padovana di adozione in quel frangente. Se non lo conoscete si tratta una torta con punte di pasta sfoglia ai lati e ripiena di un impasto morbido alla mandorla e sopra tanto zucchero a velo, viene imbustata in nylon trasparente, la metto in una borsa di carta bianca per non rovinarla, imbraccio il mio zaino e mi avvio a piedi verso la fermata dell’autobus, fa troppo caldo per arrivare a piedi fino la stazione dei treni. Mi fermo dal solito tabaccaio all’angolo, vicino al silos degli autobus, compro gomme da masticare e due biglietti orari. Ci sono sempre le stesse due persone dietro il banco che si alternano da anni, vicino invece noto una nuova attività di pizza al trancio, ottimo prima o poi la provo. Metto i biglietti in tasca e con lo zaino pesante in mano mi avvio nella calura. Pochissime persone camminano a piedi in questa zona residenziale, tutto intorno palazzetti con garage sotto, oppure villette accostate. Un signore elegante dentro una macchina scura mi chiede il numero di telefono, oggi so che si chiama cat calling, faccio finta di non aver sentito, come al solito. Mi dirigo con passo deciso alla fermata dell’autobus, per fortuna c’è una coppia di signore anziane, ora mi sento più a mio agio. Sono infastidita, ma mio malgrado, abituata a queste situazioni che si presentano all’ordine del giorno. Arriva l’autobus ed in poche fermate sono arrivata all’ampio piazzale davanti la Ferrovia. Sgattaiolo tra gli spacciatori, supero il solito drappello di ragazzi tunisini che fischiettano mandandomi segnali di disponibilità, continuo per la mia strada ignorando questi uomini ammiccanti in canottiera, sono tutti uguali, evito accuratamente di guardarli in faccia, cammino assorta nei miei pensieri. Una catasta di biciclette ammassate e incatenate le une con le altre fanno bella mostra di se luccicando sotto il sole dell’ora di pranzo. Molte lunedì non saranno più li, in parte recuperate dai legittimi proprietari, in parte destinate al mercato nero delle bici rubate a cui gli studenti, di regola senza molti soldi, ricorrono pur consapevoli di fare una brutta cosa ma spinti dalla necessità di avere un mezzo per spostarsi in città tra casa lavoro e lezioni, probabilmente perché la loro bicicletta era stata rubata la settimana prima. Entro nell’atrio della stazione, il caldo umidiccio aumenta, file interminabili di ragazzi e ragazze con i capelli appiccicati sulla fronte e le magliette chiazzate si accalcano davanti alle casse e agli sportelli automatici, mi metto in fila. Negli anni a Padova credo di aver fatto scorta di attese, file, odore di sudore e disappunto, una palestra per la vita, che ho capito constare soprattutto di queste cose e poche gioie nell’intermezzo.

Ritorno in me, quanti anni saranno passati da quel giorni di giugno, quasi venti. Due  decadi eppure indelebile quell’emozione mi torna indietro come un boumerang, carica di nostalgia. Una sottile consapevolezza di aver vissuto già molte chances, di averne colte alcune e perse altre. Probabilmente in queste due decadi non ho visto il potenziale di molte cose che potevano succedermi, a tratti mi sono lasciata interrompere da chi interferiva con le mie scelte e con la mia vita, giocandoci. Ma questo è il ritmo della mia esistenza, alti e bassi, imperscrutabili per chi mi osserva e che non sa, esattamente, cosa sia stata la mia vita e aggiungo, va bene così. Ora stiamo uscendo da questa fase rossa e da oggi a Trieste rientriamo in arancione. Chi mai avrebbe detto che i colori sarebbero stati i nostri alleati o nemici quotidiani, che ci saremmo chiesti con gli amici sparsi per l’Italia: «Ma tu, di che colore sei?». Torneremo bianchi, il colore che contiene tutti i colori, torneremo a splendere a sorridere, ci vorrà ancora del tempo, ma nel mentre so, ne sono certa, ho preso delle decisioni, intrapreso dei percorsi, stravolto la mia routine e puntato degli obiettivi. Questo reinventarsi e lavorare con costanza è l’unica strategia sostenibile nel lungo termine, l’unico modo che abbiamo per sfruttare il nostro potenziale e tirare fuori, da questa roccia da scolpire, la splendida opera d’arte in cui siamo chiamati a trasformarci per esserci, consapevoli, essenziali ed unici per chi ci circonda. Devo lavorare sulla pazienza, ma la mia voglia di rivincita è uno sprone che mi ha sempre fatto puntare lo sguardo più in la, conducendomi a mete un tempo inaspettate.

Ad maiora Lucy!